La trasformazione del mercato legale e la diffusione delle tecnologie digitali richiedono giuristi capaci di affiancare alla preparazione normativa competenze economiche, tecnologiche e organizzative. L'editoriale propone l'Ingegneria giuridica come percorso formativo volto a preparare professionisti in grado di progettare processi, gestire rischi e integrare il diritto nei sistemi d'impresa e della pubblica amministrazione.
1. Tra provocazione e introduzione concreta di un modello nuovo: il precedente della ingegneria forense
La concorrenza tra università non si misura più soltanto attraverso il prestigio di un nome o la ricchezza della sua tradizione. Si misura sempre di più anche nella capacità di anticipare i problemi che i laureati saranno chiamati ad affrontare e di costruire percorsi formativi capaci di fornire gli strumenti per risolverli.
È in questa prospettiva che, nata inizialmente quasi come una provocazione e poi sviluppata attraverso una riflessione sulle trasformazioni delle professioni, potrebbe acquistare significato l'idea di una laurea triennale in Ingegneria giuridica: non una semplice etichetta accattivante, ma un corso di 180 CFU, articolato in tre anni e costruito intorno a un obiettivo preciso.
Del resto, anche l'ingegneria ha conosciuto una progressiva specializzazione dei propri percorsi. Se un tempo la formazione era caratterizzata da una base comune molto più ampia, oggi esistono corsi differenti quasi per ogni settore nel quale occorre applicare un metodo progettuale: dall'ingegneria gestionale a quella biomedica, informatica, energetica, ambientale.
Perché, allora, non immaginare qualcosa di analogo nel diritto?
Un precedente interessante può essere individuato nella ingegneria forense, disciplina già consolidata che applica conoscenze e metodologie ingegneristiche all'accertamento di fatti destinati ad assumere rilevanza giuridica. L'ingegnere forense ricostruisce le cause di incidenti, cedimenti strutturali, difetti di prodotti, malfunzionamenti di impianti o sistemi tecnologici, traducendo fenomeni tecnici complessi in conclusioni utilizzabili nell'ambito di un processo, di una consulenza tecnica o della determinazione delle responsabilità. È, dunque, una figura posta tradizionalmente sul confine tra tecnica e diritto.
L'ingegneria giuridica potrebbe rappresentarne, per certi aspetti, il movimento inverso: non più soltanto l'ingegnere che porta la tecnica all'interno del procedimento giuridico, ma il giurista che acquisisce un metodo progettuale e una sufficiente cultura tecnologica per intervenire nella costruzione dei processi, delle organizzazioni e dei sistemi digitali. Se l'ingegneria forense opera prevalentemente ex post, ricostruendo ciò che è accaduto e contribuendo ad attribuire responsabilità, l'ingegneria giuridica avrebbe soprattutto una funzione ex ante: progettare regole, procedure e tecnologie in modo da prevenire il conflitto, governare il rischio e incorporare la conformità giuridica nell'organizzazione stessa. L'obiettivo dell'Ingegneria giuridica sarebbe formare una figura capace di trasformare un problema concreto in una soluzione giuridica progettata, tenendo insieme diritto, tecnologia, economia e organizzazione.
Il riferimento all'ingegneria non significa, evidentemente, trasformare il diritto in una scienza esatta né sostituire l'interpretazione giuridica con un algoritmo. Riguarda piuttosto il metodo: individuare un problema, comprenderne i vincoli normativi ed economici, analizzarne i rischi, valutare soluzioni alternative, progettare quella più adeguata e verificarne successivamente l'efficacia e la sostenibilità giuridica.
Una prospettiva di questo tipo diventa particolarmente interessante osservando ciò che sta accadendo nel mercato del lavoro. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che entro il 2030 le trasformazioni economiche e tecnologiche possano determinare la creazione di circa 170 milioni di nuovi posti di lavoro e lo spostamento o la scomparsa di circa 92 milioni di posizioni esistenti, con una trasformazione complessiva che interesserà una parte rilevante del mercato occupazionale.
Anche l'Organizzazione Internazionale del Lavoro invita però a evitare una lettura semplicistica del fenomeno. Secondo le sue più recenti analisi, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione in qualche misura esposta all'intelligenza artificiale generativa, ma l'effetto prevalente dovrebbe essere la trasformazione delle mansioni più che la completa sostituzione delle professioni. Nei Paesi ad alto reddito la quota delle occupazioni potenzialmente interessate sale a circa il 34%.
Questo vale anche per le professioni intellettuali.
2. I giuristi nel futuro
Nel prossimo futuro, soprattutto nell'ambito dell'impresa, il laureato in giurisprudenza difficilmente potrà limitarsi a conoscere le norme e a redigere contratti o pareri secondo modalità tradizionali. Molte attività di ricerca, classificazione documentale, revisione contrattuale, predisposizione di bozze e due diligence potranno essere progressivamente assistite o parzialmente automatizzate. Il valore del professionista tenderà quindi a spostarsi dalla semplice produzione del documento giuridico alla capacità di progettare il sistema nel quale quel documento deve operare.
In questo scenario il mercato legale potrebbe andare incontro a una crescente polarizzazione.
Da una parte resterà spazio per la prestazione realmente personalissima, ad altissimo contenuto fiduciario e qualitativo: il professionista riconoscibile per competenza, esperienza, reputazione e capacità di assumere direttamente la responsabilità intellettuale della soluzione proposta. In questo modello, anche gli strumenti digitali e l'intelligenza artificiale non sostituiscono il professionista, ma ne amplificano la capacità individuale, consentendogli di offrire una consulenza più rapida, approfondita e sofisticata senza perdere il carattere personale della prestazione.
Dall'altra parte cresceranno strutture professionali sempre più ampie, organizzate e tecnologicamente integrate, nelle quali la singola prestazione confluisce in un processo complesso di produzione del servizio legale. Grandi studi, società multidisciplinari e dipartimenti legali strutturati possono distribuire il lavoro tra decine o centinaia di professionisti, utilizzare sistemi di gestione documentale, automazione, intelligenza artificiale e knowledge management, standardizzare una parte delle attività e offrire servizi su scala con livelli molto elevati di specializzazione e competitività.
In queste organizzazioni la prestazione del singolo avvocato, per così dire, si liquefa all'interno del sistema: il cliente acquista sempre meno il lavoro isolato di una persona e sempre più la capacità organizzativa, tecnologica e professionale dell'intera struttura.
È proprio la fascia intermedia del mercato a rischiare maggiormente. Lo studio che non riesce né a differenziarsi attraverso una prestazione personale di particolare qualità, né a raggiungere la scala, l'efficienza e la specializzazione delle grandi organizzazioni potrebbe trovarsi progressivamente compresso dalla concorrenza. Le strutture legali intermedie, fondate prevalentemente sulla riproduzione di attività standardizzabili e prive di una forte specializzazione, potrebbero quindi essere quelle maggiormente esposte alla trasformazione tecnologica e organizzativa del settore.
Non significa necessariamente che gli studi di medie dimensioni siano destinati in quanto tali a scomparire. Significa piuttosto che diventerà sempre più difficile sopravvivere in una posizione indistinta. Occorrerà scegliere: altissima qualità personale e specializzazione, oppure organizzazione, integrazione tecnologica e capacità di operare su scala. In molti casi, naturalmente, i due modelli potranno anche combinarsi.
Potrebbe così affermarsi sempre più la figura dell'avvocato d'affari esperto di tecnologia, che oggi si inquadra tra le figure più remunerate nei prossimi anni, capace non soltanto di utilizzare gli strumenti di intelligenza artificiale, ma di comprendere come integrarli nei processi aziendali, valutarne i rischi e costruire le regole necessarie al loro utilizzo.
Accanto all'avvocato tradizionale potranno assumere crescente importanza figure come il legal engineer, il professionista di legal operations, l'esperto di AI governance, il consulente di compliance tecnologica, lo specialista nella progettazione e automazione dei contratti, il professionista della data governance e quello chiamato a costruire sistemi di controllo interno nei quali diritto, organizzazione e tecnologia dialoghino stabilmente.
L'impresa, infatti, avrà sempre meno bisogno soltanto di qualcuno che intervenga quando il problema giuridico si è già verificato e sempre più di professionisti capaci di progettare preventivamente processi conformi alle regole.
È qui che l'idea dell'ingegnere giuridico acquista una propria autonomia.
Si pensi agli assetti organizzativi dell'impresa. Un professionista formato contemporaneamente sul diritto societario, sui sistemi informativi, sulla gestione dei rischi e sull'intelligenza artificiale potrebbe contribuire alla progettazione di procedure capaci di rilevare tempestivamente anomalie finanziarie, conflitti di interesse, violazioni normative o criticità nella gestione aziendale.
Oppure alla compliance: non più soltanto manuali, regolamenti e modelli organizzativi redatti sulla carta, ma sistemi nei quali alcune verifiche vengono incorporate direttamente nei processi informatici dell'impresa.
Lo stesso potrebbe avvenire nella contrattualistica. Il giurista potrebbe essere chiamato non soltanto a redigere il contratto, ma a progettare architetture contrattuali digitali, sistemi di contract lifecycle management, clausole traducibili in procedure automatiche e, dove possibile, smart contract.
Nell'intelligenza artificiale, poi, nascerà una crescente domanda di professionisti capaci di tradurre principi giuridici – trasparenza, responsabilità, non discriminazione, protezione dei dati, controllo umano – in requisiti concreti dei sistemi tecnologici.
È probabilmente questa una delle trasformazioni più importanti delle professioni giuridiche: il diritto non interverrà soltanto dopo che la tecnologia è stata realizzata, per stabilire se sia lecita o illecita. Dovrà sempre più partecipare alla sua progettazione.
L'ingegnere giuridico sarebbe dunque un professionista collocato esattamente in questo spazio: non un informatico che conosce qualche norma e neppure un giurista che utilizza qualche software, ma qualcuno capace di progettare organizzazioni, procedure e tecnologie affinché funzionino giuridicamente fin dall'origine.
In questa prospettiva, il problema dell'intelligenza artificiale nelle professioni legali non dovrebbe essere posto soltanto in termini di perdita di posti di lavoro. La domanda più interessante è un'altra: quale parte del lavoro del giurista continuerà ad avere valore quando molte attività oggi svolte manualmente potranno essere eseguite da una macchina?
Probabilmente proprio quella più difficile da automatizzare: comprendere problemi nuovi, valutare interessi contrapposti, assumere decisioni, progettare istituzioni e organizzazioni, attribuire responsabilità e costruire regole capaci di funzionare nella realtà.
Ed è forse precisamente per preparare a questo lavoro che avrebbe senso cominciare a parlare di Ingegneria giuridica.
3. Il primo anno: conoscere le regole e imparare a valutarle
Il primo anno dovrebbe costruire le basi giuridiche e gli strumenti per leggere la realtà in cui le regole intervengono. Accanto a diritto costituzionale e diritto privato, troverebbero spazio logica giuridica, matematica e statistica, economia e impresa, programmazione, sistemi informativi e inglese.
Il diritto costituzionale, in particolare, potrebbe comprendere non solo lo studio delle fonti, dei diritti e dell'organizzazione dei poteri, ma anche la qualità delle regole. Lo studente dovrebbe imparare a domandarsi se una norma sia chiara, coerente, applicabile e proporzionata agli obiettivi perseguiti; quali soggetti ne sopportino i costi; quali effetti produca sull'attività economica e sull'organizzazione dei servizi. A questo servirebbero lo studio delle tecniche di redazione normativa, della consultazione e dei sistemi di valutazione dell'impatto: l'AIR, per l'analisi preventiva, e la VIR, per la verifica successiva degli effetti della regolazione. Sono strumenti già presenti nell'attività delle amministrazioni e nel lavoro istituzionale sulla qualità normativa.
Matematica e statistica (Analisi matematica del diritto) fornirebbero gli strumenti per interpretare dati e indicatori; economia e impresa aiuterebbero a comprendere gli effetti delle regole su costi, incentivi e decisioni. Programmazione e sistemi informativi permetterebbero invece di capire, almeno nelle loro linee essenziali, come vengono costruiti i sistemi digitali con i quali il diritto deve confrontarsi. Non per trasformare ogni studente in un informatico, ma per consentirgli di dialogare con competenza con chi quei sistemi li progetta. Un ruolo fondamentale assumono gli studi delle strategie (si pensi all'utilizzo delle regole societarie nei rapporti tra soci e tra questi ultimi e la società), per cui il passaggio al secondo anno sarebbe fondamentale per l'apprendimento di tali conoscenze.
4. Il secondo anno: progettare rapporti, processi e organizzazioni
Il secondo anno potrebbe essere dedicato alla progettazione delle soluzioni giuridiche. Si studierebbero diritto commerciale, diritto amministrativo, regolazione, diritto penale dell'impresa e informatico, contratti e responsabilità. A queste materie si affiancherebbero strategia e teoria dei giochi, contabilità, protezione dei dati, cybersicurezza, processi e sistemi e ricerca digitale.
Strategia e teoria dei giochi aiuterebbero a comprendere come cambiano le decisioni quando ciascun soggetto deve tener conto delle scelte altrui. Sarebbero utili, ad esempio, per analizzare la negoziazione, la concorrenza tra imprese, la regolazione dei mercati e gli incentivi creati dalle norme. In questo modo, il giurista potrebbe valutare non solo ciò che una regola prescrive, ma anche i comportamenti che rende più probabili.
Il diritto dei contratti dovrebbe includere i contratti informatici, la conclusione degli accordi online, i servizi digitali e gli smart contract. Lo studio non si limiterebbe a descriverne il funzionamento tecnico: dovrebbe affrontare i problemi di formazione e interpretazione dell'accordo, esecuzione, modifica, inadempimento e responsabilità. Lo studente dovrebbe poter esaminare un contratto digitale e chiedersi come tradurre in clausole comprensibili le esigenze delle parti, quali rischi dipendano dall'automazione e come gestire gli eventi che il codice non ha previsto.
Anche il diritto amministrativo dovrebbe confrontarsi direttamente con la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Il corso potrebbe affrontare il procedimento digitale, i documenti e i servizi informatici, l'uso dei dati da parte degli uffici, l'automazione delle decisioni e le garanzie per cittadini e imprese. La digitalizzazione non è una materia separata dall'amministrazione: incide sul modo in cui il potere viene esercitato, motivato e controllato. Il Codice dell'amministrazione digitale offre un riferimento normativo di base per questo approfondimento.
Nello stesso anno andrebbero studiati gli assetti organizzativi delle imprese e il ruolo dei sistemi informatici nel loro funzionamento. Contabilità, flussi informativi, procedure interne, strumenti di controllo e gestione del rischio permetterebbero di capire come un'organizzazione raccoglie le informazioni e prende le proprie decisioni. Il punto non sarebbe insegnare a installare un software, ma valutare se i sistemi adottati rendano possibile individuare tempestivamente criticità e responsabilità e se siano coerenti con l'attività svolta. E se sussistano responsabilità per il mancato utilizzo di sistemi informatici.
5. Il terzo anno: applicare le competenze per la realizzazione di nuovi prodotti
Il terzo anno porterebbe dalla progettazione all'applicazione. Diritto del lavoro, intelligenza artificiale e algoritmi, responsabilità per i sistemi di IA, proprietà intellettuale e software, processo e prova digitale, informatica forense, compliance e gestione del rischio (si pensi nell'ambito delle organizzazioni sanitarie) completerebbero la formazione.
La responsabilità dell'intelligenza artificiale dovrebbe essere affrontata come problema giuridico concreto: chi ha progettato, fornito, utilizzato o controllato il sistema; quale ruolo abbia avuto l'output automatizzato; quali informazioni fossero disponibili; come provare il nesso tra il funzionamento del sistema e il danno. Allo stesso tempo, lo studente dovrebbe conoscere gli strumenti con cui un'impresa o un'amministrazione può organizzare verifiche, controlli e flussi informativi per prevenire o rilevare gli errori.
Al centro dell'anno accademico, potrebbe esserci un laboratorio di Ingegneria giuridica. A partire da casi reali o simulati, gli studenti lavorerebbero in gruppo per ricostruire i fatti, individuare le norme, consultare le fonti, analizzare dati e processi, valutare i rischi e presentare una soluzione motivata. Legal design (o “estetica del diritto”), tirocinio e prova finale servirebbero a verificare che il percorso non si sia fermato alla conoscenza delle materie, ma abbia sviluppato la capacità di utilizzarle e soprattutto di realizzare prodotti nuovi (o correggere quelli esistenti, sviluppando modifiche).
6. Un metodo diverso per una competenza diversa
Anche il modo di apprendere dovrebbe seguire questa progressione e questo dovrebbe valere già nei percorsi c.d. tradizionali in campo giuridico. Alle lezioni teoriche, indispensabili per costruire categorie e principi, si affiancherebbero esercitazioni su casi concreti, simulazioni di negoziazione e consulenza, come già accade, ma anche laboratori su processi digitali, con lavori di gruppo e tirocini.
Gli strumenti di intelligenza artificiale potrebbero essere usati per cercare e organizzare le informazioni, ma lo studente dovrebbe imparare a controllarne fonti, ragionamenti e risultati e soprattutto a realizzare nuovi sistemi più adatti all'approccio richiesto dal mercato. Chi non nota errori, se non allucinazioni, anche nei sistemi offerti dal mercato anche da parte di società già organizzate nella realizzazione di testi giuridici. La competenza non consisterebbe nel saper ottenere una risposta automatica, ma nel saperla verificare e assumere la responsabilità della soluzione proposta.
Esistono già percorsi che integrano competenze giuridiche, informatiche ed economiche e combinano didattica a distanza, laboratori e tirocini. L'Ingegneria giuridica qui immaginata avrebbe, però, una struttura unitaria: fondamenti e valutazione delle regole nel primo anno; strategia e progettazione nel secondo; applicazione e laboratorio nel terzo.
Una proposta simile dovrebbe chiarire con precisione il valore del titolo e i suoi sbocchi. Potrebbe formare figure capaci di lavorare nell'impresa, nella pubblica amministrazione, nella consulenza e nelle organizzazioni complesse. Non dovrebbe essere presentata come una scorciatoia verso le professioni legali tradizionali, ma come un percorso con una propria identità, da raccordare con trasparenza agli ulteriori studi e ai requisiti previsti per ciascuna professione. In tal senso, verrebbe meno la necessità di ulteriori master dopo la laurea c.d. tradizionale (sempre perseguibile in un secondo momento) e si anticiperebbe per i giovani l'entrata nel mondo del lavoro.
La concorrenza universitaria può spingere verso nuovi nomi e nuovi corsi; da sola, però, non garantisce una formazione migliore. La differenza la farebbe la coerenza del progetto: tre anni in cui ogni materia contribuisce a insegnare come affrontare un problema, dalla valutazione della regola alla costruzione di una soluzione concreta. Perché oggi il giurista deve conoscere le norme, ma anche comprendere gli effetti economici che producono, le strategie che orientano, i sistemi digitali in cui operano e le organizzazioni che devono applicarle.



